L’uomo con l’amaca

 

 La prima volta che l’ho visto non era ancora l’uomo con l’amaca, almeno non lo era per me.

Se ne sta seduto all’ombra di una quercia sull’ultima panchina di un piccolo borgo sull’ Appennino tosco-emiliano, leggendo qualcosa che non somiglia ad un libro. Alle sue spalle c’è una salita che sembra abbastanza agevole vista da quella prospettiva, ma arrivato in cima sono costretto a fermarmi per prendere fiato: mi guardo indietro e lui è lì che si sta arrampicando nella mia direzione.

 Un cammino che migliaia di piedi prima dei miei hanno tracciato mi guida in un bosco di faggi e castagni. Il respiro segue il ritmo del rumore che fanno gli scarponi sulle foglie. Appena mi fermo, intorno cala un gran silenzio. Sento l’aria fresca. Il profumo di sottobosco è lo stesso che sentivo da bambino quando andavo a funghi con mio padre. Tolgo lo zaino dalle spalle e mi appoggio ad un albero guardando i raggi del sole che filtrano tra le foglie creando giochi di luci ed ombre tutto intorno, sorrido e bevo un sorso d’acqua.

Quando sei in cammino, la preoccupazione più viva è restare senz’acqua, quindi un sorso lo tieni in bocca a lungo: senti l’acqua che si muove tra la lingua, la gusti come non hai mai fatto prima. La senti scendere lungo tutto il corpo, ha il gusto della gioia.

 Mi ricarico lo zaino sulle spalle e mi guardo intorno per vedere se ho lasciato qualcosa in giro: in quel momento lo vedo arrivare. Ha due bastoni di legno sotto al braccio ed un coltellino aperto, sporco di qualche sostanza rossastra, con un atteggiamento di chi lo ha usato per qualcosa di illecito.

– “E’ cioccolata” – mi dice sorridendo, come se avesse ascoltato il mio pensiero.

Sulle spalle ha uno zaino piccolo, troppo piccolo. Ha una reflex al collo, dei densi baffi bianchi e non sembra essersi pettinato negli ultimi giorni. Non ha un abbigliamento da camminatore: un jeans, una camicia celeste. Le scarpe si, sono giuste.

Paolo Rumiz una volta ha detto: “La prima cosa che Ryszard Kapuscinski guardò in me furono le scarpe. Da esse voleva capire non solo il mio grado di comfort ma anche come affrontavo il mondo.”.

L’uomo con l’amaca di sicuro affronta il mondo senza dare importanza a cosa il mondo pensa di lui. Camminiamo insieme per alcune centinaia di metri scambiandoci poche parole, poi le nostre strade si dividono.

Avverto un certo disagio ora, un leggero rammarico nell’essermi dovuto separare dall’uomo con l’amaca, come se sentissi il bisogno di parlare con lui e non lo avessi fatto abbastanza, come se sapessi che ha qualcosa di importante da dirmi.  

Il sole comincia la sua discesa e le ombre si allungano. Non vedo case per ore. Il bosco diventa più fitto e la montagna sempre più impegnativa. Ero convinto di essere instancabile per aver percorso più di trenta chilometri nel primo giorno di cammino, ma non avevo considerato l’energia generata dall’entusiasmo della partenza. Un peccato d’orgoglio che pago ora che la fatica si è palesata in tutta la sua crudeltà.

Nel libro “Il mondo a piedi” David Le Breton scrive: “…il viaggiatore è in un tempo rallentato a misura del corpo e del desiderio. L’unica fretta, a volte, è quella di arrivare prima del calare del sole”. Ecco, io comincio ad avere quella fretta.

Uscendo da un bosco ad un paio di chilometri dal posto dove spero di passare la notte, sbuco su di una ampia strada sterrata fatta di terriccio e pietre che taglia in due una distesa di querce e larici. L’uomo con l’amaca è lì che fotografa qualcosa, mi avvicino chiedendomi che da dove sia passato.

 – Qualcuno ha detto che se un uomo che cammina è contento o incazzato, lo capisci a cento metri. Tu mi sembri contento,

 mi urla sorridendo, mentre le cicale smettono all’unisono di fare baccano come a voler dare risalto al nostro incontro. Qualcosa nel suo sguardo mi investe. Mi avvicino provando una familiarità ingiustificata, avvolto da un intenso odore di finocchietto, uno dei pochi profumi che riconosco tra quelli che inondano tutto intorno. Proseguiamo insieme come se ci fossimo aspettati. Intanto il sole è tramontato e intorno a noi è sceso un velo blu.

Gli racconto di aver preparato il cammino per settimane, leggendo, guardando la cartina per ore, ascoltando racconti di altri camminatori. Lui mi dice che ha deciso in due giorni: ha comprato un’amaca ed è partito.

Faccio una telefonata.

– Si, c’è posto per tutti. Entrate e sistematevi dove volete, ci vediamo per la cena.

Il Rifugio delle Guardie profuma di nuovo. Ci sono alcune stanze con dei letti a castello. Ognuno sceglie il suo. La doccia è una vetrata aperta sul bosco. L’acqua tiepida lava via la fatica e fuori querce secolari apparentemente immobili, mi proteggono da immaginari sguardi curiosi.

 

 

Ceniamo insieme, io e l’uomo con l’amaca. Intorno ci saranno sei o sette persone, ma è come se fossimo soli. Ci raccontiamo le nostre vite senza troppo imbarazzo, di getto, sapendo che il tempo a nostra disposizione è poco, con una intensità ed un affetto senza paragoni.

Mi racconta di essere andato via di casa che era ancora un ragazzo. Il padre lo cercava in mezza Italia mentre lui era a Creta, nelle grotte di Matala con gli ultimi hippie degli anni settanta. Mi racconta del rapporto difficile col figlio con il quale ha da poco fatto pace. Dell’amore per la moglie che non c’è più, con dolcezza, come se fosse a casa ad aspettarlo.

Nonostante il dolore che traspare dal viso tirato, nei suoi occhi c’è un riflesso particolare.

Solo più tardi ho capito che quel bagliore nello sguardo era amore.

Ci sono incontri che il tempo che passa non riesce a cancellare, forse perché l’anima ne rimane coinvolta, segnata, come la pelle è segnata dal tempo che passa.

Nelle parole degli altri si cerca sempre se stessi, per dare forza ai sogni, per capire se si è sulla strada giusta. Ci siamo cercati e trovati, rispecchiati l’uno nell’altro, nonostante la differenza d’età. Entrambi padri e figli, segnati dal timore, ma soprattutto dall’amore che mettiamo in ogni cosa.

Mi ha donato la bellezza della ricerca di un’anima libera.

Si rigira i baffi tra le dita. Della grigliata è rimasto solo il profumo, del vino, solo due dita nei bicchieri. Intorno non c’è più nessuno.

“Vivi intensamente – mi dice – Vivi la tua vita davvero, sfrutta ogni momento. Se dovessi morire ora, non ci sarebbe nessun problema, ho vissuto tutto l’amore che potevo”.

Il Rifugio della Casa delle Guardie è avvolto in un buio denso, pesante. C’è solo una lucina che illumina l’ingresso, il resto è notte fonda, nera.

La mattina seguente mi sveglio poco prima dell’alba. Il suo letto è vuoto, le sue poche cose non ci sono più.

È andato via così com’è venuto, senza fare rumore, riempiendo l’atmosfera con la sua presenza, lasciando dietro di sé l’eco di chi sa stare al mondo senza peso e la traccia indelebile di chi sceglie di attraversarlo con amore.

Colleziono matite. Leggo, cammino...

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