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La cura Schopenhauer

La cura Schopenhauer

Vivere nella disperazione perché la vita è finita o perché la vita non ha un fine più elevato o un disegno in essa insito è crassa ingratitudine.

E la presenza della morte sul palcoscenico lo avvicinava al vero sapere. Non che fosse diventato più saggio: semplicemente la rimozione delle distrazioni – ambizione, passione sessuale, denaro, prestigio, plauso, popolarità – offriva una visione più pura. Questo distacco non era forse la verità del Buddha?

«Trasformare ogni “così fu” in un “così volli che fosse!” – solo questo può essere per me redenzione». Julius capì che le parole di Nietzsche , significavano che doveva scegliere la propria vita: doveva vivere piuttosto che essere vissuto dalla vita.

«… vivo in modo frugale, non desidero acquisire altro che la libertà di perseguire quel che è davvero importante per me: le mie letture, il poter pensare, la meditazione, la musica, gli scacchi e le passeggiate con Rugby, il mio cane».

Schopenhauer afferma che i bipedi – sono parole sue – hanno bisogno di ammucchiarsi l’uno vicino all’altro attorno a un fuoco alla ricerca di calore.

«Un po’ di amicizia e di calore, diceva Schopenhauer, rende possibile la manipolazione della gente proprio come si ha bisogno di scaldare la cera se la si vuole plasmare».

«… La semplice idea di un simile coro di infelicità mi atterrisce anche se, come Schopenhauer sottolinea, c’è sempre del piacere nell’apprendere che gli altri soffrono più di te».

Kierkegaard ha descritto alcuni individui come esseri in preda a una “doppia disperazione”, ovvero essi sono immersi nella disperazione ma troppo illusi per sapere persino di essere immersi nella disperazione. […]: la maggior parte della mia sofferenza è il risultato di essere guidato dai desideri e quindi, una volta soddisfatto un desiderio, io godo di un momento di sazietà che in breve si tramuta in noia, […]. Schopenhauer sentiva che questa era la condizione umana universale: desiderio, momentanea soddisfazione, noia, successivo desiderio.

No, aveva sempre creduto che il boccone più gustoso della vita non fosse ancora stato assaporato e aveva sempre concupito il futuro… Il tempo in cui sarebbe stato più grande, più intelligente, più grosso, più ricco. E poi era arrivato lo sconvolgimento, il tempo del grande capovolgimento, l’improvvisa e catastrofica perdita degli ideali del futuro, e l’inizio del dolore struggente per come le cose erano solite essere in passato.

Buddha aveva colto nel segno? Il prezzo del rimedio non era forse peggio della malattia?

Ovunque guardasse, c’era rinuncia, sacrificio, limitazione e rassegnazione. Cos’era mai successo alla vita? Alla gioia, all’espansione, alla passione, al carpe diem? La vita era dunque così angosciosa da dover essere sacrificata a vantaggio dell’equanimità?

Questo è il modo in cui la terapia dovrebbe procedere: una sequenza alternata di evocazioni di emozioni, seguite dalla comprensione.

Spesso l’individuo desidera qualcuno che la ragione gli dice di evitare, ma la voce della ragione è impotente davanti alla forza della passione sessuale. Egli cita il commediografo latino Terenzio: «Se c’è una realtà che non ammette né ragionamento né misura, non puoi dominarla con il ragionamento».

Schopenhauer credeva che un uomo con forza o virtù interiore proprie non avesse necessità di riceverne dagli altri; un simile uomo era autosufficiente.

Nei suoi scritti Schopenhauer si lamenta di qualsiasi attimo dedicato alla socializzazione e alla conversazione. «E’ meglio», dice, «non parlare affatto piuttosto che intrattenere un colloquio così gramo e stucchevole come quello che si ha di solito con i bipedes».

E qual è la cosa più terribile della noia? Perché ci affrettiamo a dissiparla? Perché è uno stato privo di svago che abbastanza presto rivela sgradevoli verità sottese all’esistenza: la nostra futilità, la nostra esistenza insignificante …

Quindi qualcuno è mai felice? Può qualcuno mai essere felice? Arthur non crede sia possibile.

«Una delle formulazioni di Schopenhauer che mi è stata d’aiuto», disse Philip, «è stata l’idea che la felicità relativa deriva da tre fonti: quello che uno è, quello che uno ha, e quello che uno rappresenta agli occhi degli altri. Schopenhauer insiste affinché ci si concentri soltanto sulla prima e non si faccia affidamento sulla seconda e sulla terza – sull’avere e sulla nostra reputazione – perché non abbiamo controllo su queste due; possono esserci tolte, e lo saranno …

Seguendo il cammino dei Zarathustra, aveva messo in condivisione la propria maturità, aveva trasceso se stesso porgendosi agli altri …

I clinici che lavorano con pazienti moribondi hanno osservato che l’ansia della morte è maggiore in quelli che sentono di aver vissuto una vita incompiuta.

Mi piacciono i libri di carta, le magliette con i disegni, le matite ed il vino, quello buono. Mi piace scrivere, viaggiare e fare foto.

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