Storia di un boxeur latino

Il televisore era di quelli quadrati, spigolosi, che bombavano l’immagine nei bordi. Tutta la famiglia, dopo cena, si riuniva davanti lo schermo, non c’erano altre distrazioni. Il mondo era in 4:3 e per sapere cosa succedeva a latitudini diverse dalla nostra, era ancora necessario il racconto di un cronista.

“Ma andando in giro ti rendi conto di quant’è varia la voce del mondo. Per questo, documentarista è una parola che mi è sempre piaciuta. Per me un giornalista è un detective della diversità. La registra, la testimonia, ne porta indietro le prove, e così, semplicemente, scredita l’idiozia di qualsiasi integralismo e di qualsiasi razzismo”.

Curiosità, testardaggine, tempismo, questa è la visione di giornalismo di Gianni Minà, ed è racchiusa in “Storia di un boxeur latino”. E’ un’autobiografia, ma soprattutto è un’avventurosa sequenza di eventi che hanno segnato gli ultimi sessant’anni della storia d’Italia e di buona parte dell’America Latina. Durante una di quelle serate con la famiglia radunata davanti la tv, Minà intervista Massimo Troisi. L’attore napoletano si lancia in un divertente elogio del conduttore invidiando la sua agendina telefonica: Maradona, Fidel Castro, Mohammed Alì, Federico
Fellini, Sergio Leone, Soriano, Sepulveda, i Beatles, Garcia Marquez, Marcos…

Questi ed altri personaggi di rilievo del novecento, sono l’indice dei nomi di questo libro e molti sono diventati suoi amici. Un’amicizia nata dalla capacità di Minà di mettersi al servizio dell’ospite, di non giudicarlo, di lasciargli la possibilità di aprirsi e raccontare la sua storia. Nella fisarmonica di rughe che abbellisce il viso del giornalista, c’è tutta la bellezza dell’amore per questo lavoro, del rispetto per il ruolo che svolge, per il prossimo, dell’attrazione per la verità, senza esibizionismo.
Storia di un boxeur latino racconta tutto questo. E’ il diario di una idea precisa del mondo e della vita, non priva di amarezza.

“… ho pensato a quanto fosse buffo il destino, che mi escludeva da tempo dalla possibilità di fare il mio lavoro in Italia, e fuori mi copriva di elogi e mi proponeva altre sfide professionali“.


Gianni Minà è una parte importante del patrimonio culturale del nostro paese e questo libro ne è la testimonianza.

STORIA DI UN BOXEUR LATINO

“…siamo generati da una serie di incontri, di cui non si possono mai calcolare le conseguenze.

“…ci sono giorni in cui il destino ti dà un appuntamento e tu ci vai perché non puoi fare altro, e quella è l’unica cosa che hai da sbrigare.”

“Bisognerebbe sempre tentare di esprimere il proprio stupore per la vita e per la sua bellezza, così nessuno sarà disposto a farselo togliere.”

“…finchè si ha fiato, e cuore, tutto può essere rovesciato. Il più delle volte ci si sconfigge da soli, e ci si dà per vinti prima del fischio finale. La storia di Renato Cesarini era tutta in questa scommessa di vincere il passare del tempo con l’estro e l’allegria.”

“Anche in seguito, fu una delle poche regole a cui sono rimasto fedele: uscire poco prima che la partita di calcio o l’incontro di pugilato sia terminato e anticipare tutti negli spogliatoi. In fondo, anche per la vita è così. Le frasi più interessanti, le parole più vere, il viso delle persone, si mostrano a luci spente. Quello che accade in superficie lo vedono tutti, non c’è quasi niente da raccontare. È sotto la punta dell’iceberg che bisogna mettere la testa.”

““Tu non devi allarmare il pubblico”, mi diceva: “C’è gente che non è abituata a capire la notizia, nessuno gli ha dato gli strumenti necessari, e tu devi rispettarla, devi aiutarla a prendere coscienza di quello che sente”.”

“Annotai tutto, filmai il possibile, ogni parola, ogni respiro: dal prato, dall’elicottero e dal retropalco. I nudisti, le tende, le braccia alzate e quella strana contagiosa gioia di vivere che univa tutti.”

“In quell’inizio degli anni Settanta che avrebbe portato alla riforma della Rai, anche nella tv democristiana stava nascendo evidentemente un inatteso spirito libero che purtroppo è durato poco.”

“Muhammad Ali lo avevo accompagnato sia da Pertini che da papa Giovanni Paolo II.”

“La sento ancora la voce di Georgina che nel silenzio della tromba delle scale urla: “Ma che cavolo c’entri tu, con un terremoto in Friuli?””

“Enzo Biagi aveva aspettato però due giorni prima di scrivere il suo articolo sulle tante rivelazioni che Gabo ci aveva fatto sulla Colombia e spedirlo al Corriere della Sera. Questo solo per darmi il tempo di raccontarle prima, a voce, al telegiornale. Per lui quello scoop era mio, l’avevo costruito ed era giusto che fossi io a diffonderlo per primo. […]. Questa era l’etica dei giornalisti di una volta, oggi ti avrebbero fregato il pezzo.”

“Perché la vita è così, e nessuna sorpresa è mai esclusa.”

“Anche Fellini era un grande amico. Uscivamo spesso di sera. Ci volevamo bene. Mi faceva la caricatura sui tovaglioli delle trattorie.”

“Avevo dato alla Rai la mia vita, ma l’aria era cambiata e io non avevo voluto allinearmi. Chiusi le valigie senza drammi. Troppi compagni mi avevano insegnato il valore della libertà per mettere in saldo la mia, così piccola, e insignificante.”

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