L’ultima favola di Sepúlveda

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Ero all’aeroporto di Fiumicino, non ricordo dove stessi andando, ma  ricordo la poltrona grigia su cui ero seduto. Uno di quei ricordi che non sai di avere, ma che tornano alla mente quando sollecitati da un evento inaspettato.

Ho tra le mani “Diario di un killer sentimentale”, un’edizione di quelle che si vendono con i quotidiani, con le copertine che sembrano tutte uguali. Mi colpisce però quel riquadro centrale con una scala che finisce in una luce bianca ed un uomo con un grosso cappello, girato di spalle, che la guarda: raccolgo l’invito a vedere dove porta.

Prima ancora di imbarcarmi sul volo diretto non so dove, ho letto il finale. Ho chiuso il libro con un sorriso amaro, di quelli che fai quando saluti un amico che ti ha appena raccontato di una storia d’amore che è finita male. Qualcuno nelle mie vicinanze mi dice: “Sepúlveda, dovresti leggere Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”.

Ho cominciato a leggere i suoi romanzi, frammenti della sua vita, storie di viaggi e avventure ai confini del mondo. Poi le sue favole: racconti di libertà, di fedeltà, dell’importanza della lentezza e dell’amicizia, lette con mio figlio.

Quando ho visto il suo volto per la prima volta, ho percepito la vicinanza delle nostre anime: la malinconia dietro il suo sguardo mi è sembrata familiare.

Il pensiero che non racconterà altre favole mi rattrista profondamente.

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