Il Vesuvio universale

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Il Vesuvio è un vulcano attivo e giovane nonostante l’età immemorabile, potrebbe ridestarsi e scrollarsi di dosso in un pugno di minuti le centinaia di migliaia di abitanti abbarbicati con le unghie alla sua carne.

Insomma a Pomigliamo sapevamo che esisteva un altrove. L’Alfa Romeo con la sua modernità era una Milano in terra vesuviana, ma pagava lo scotto di essere fuori da Napoli.

“Il Vesuvio da questo lato è speculare, viene prima il monte Somma e poi il Vesuvio. Guarda qui, me lo sono tatuato sul braccio, è la mia forza, sono stato a lavorare a Milano fino a qualche mese fa e la cosa che mi mancava era proprio lui…”

Calpestandolo, imparando a conoscerlo da dentro, si pensa al Vesuvio come a un essere dotato di rara bellezza e generosità tenute in scacco da un’ira furibonda che in un istante può traboccare cancellando tutta la prodigiosità offerta fino a quel momento.

“La forza di evocazione del Vesuvio è intatta. A chi mi dice “ma voi siete matti, come fate a vivere sul Vesuvio?”, io rispondo così: a Somma Vesuviana c’è quella villa bellissima costruita dopo l’eruzione del 79 d.C. e sepolta da quella di Pollena del 400 d.C.: i Romani non erano fessi, sapevano benisimo che il Vesuvio era un vulcano, ma era una terra talmente bella e fertile che ci sono tornati. Dobbiamo aspirare a un fatalismo attivo”.

“… Noi scendiamo e saliamo a occhi chiusi, io non riesco a stare più di una settimana lontano da qui, non le dico che parlo con le pietre vulcaniche, ma quasi”.

“La camorra quando credi sia nata?nCon l’unità d’Italia, […] l’Italia nasce da un patto scellerato tra la malavita e la nuova politica. Il Nord non esisteva, economicamente era zer; Napoli era molto più ricca”.

Uno stralcio di conversazione in cui sono incappata innumerevoli volte: “Dobbiamo dire che i Borboni ci hanno lasciato tanto”. “Anche tanta miseria”. “Quella è dei Savoia”. Che lo stato italiano sia nemico, colpevole di aver gettato il Sud in uno stato di subalternità senza ritorno, è a diversi gradi di profondità sotto la superficie il mastice che tiene uniti guappi e professionisti, guide turistiche e maestri elementari, tassisti e fruttivendoli, lazzari e aristocarici.

Fu Teodoro Monticelli, sacerdote, naturalista, segretario perpetuo della Reale Accademia delle Scienze di Napoli, a suggerire al re delle Due Sicilie Ferdinado II la creazione di un Osservatorio vesuviano che sarebbe stata la prima istituzione scientifica al mondo dedicata allo studio dei vulcani.

La cima del cono del Vesuvio era stata spazzata via, le ceneri avevano raggiunto la Croazia e a Parigi il cielo si coprì di una nebbia secca e giallastra così densa da rendere difficile alle barche navigare sulla Senna.

La nube di ceneri intanto si era condensata e ricadeva su Napoli come pioggia glutinosa, trasformando lo strato di sabbia nera e polvere in una coltre di fango scivoloso. Mentre saliva sulle pendici del Vulcano, Perret si vide tempestato da una grandin di palle di fango, alcune grosse come uova, respirava a fatica, gli occhi pieni di lacrime.

I modelli di simulazione non danno molte speranze: in un quarto d’ora un milione di persone perderebbe la vita.

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